Filippo.SmriglioConosco Enrico Benaglia da una vita. Infatti l’artista è nato circa venti mesi dopo di me nello stesso stabile dove già abitavo. In quegli anni i bambini potevano aggirarsi tranquillamente per strada e, nell’angolo del quartiere romano teatro dei nostri giochi, io e il maestro abbiamo ricordi infantili di un’Italia molto diversa, dai robotizzati e disumani soldati tedeschi ai carri armati da cui i marines ci porgevano la gomma americana, dalle bande di ragazzini che ci contendevano il territorio alle partite giocate con una cosiddetta palla di pezza che i negozianti vicini sistematicamente ci sequestravano. Da allora, nonostante abbiamo seguito strade molto diverse (lui nel mondo dell’arte e io nel campo della ricerca scientifica) siamo sempre rimasti in uno strettissimo e fraterno contatto.
Enrico è oggi un artista affermatissimo e di fama internazionale, ma secondo me c’è qualcosa ancora da dire sulla sua arte a cui, a mio parere, nessuno ha mai prestato la dovuta attenzione e che forse solo un ricercatore e, in particolare un astronomo, avrebbe potuto percepire prima degli altri.
Attivissimo fin dall’adolescenza, a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta Enrico Benaglia è sempre stato, in modo naturale e spontaneo, sensibilmente dedicato alla ricerca di una propria espressione artistica originale e al di fuori delle varie correnti concettuali del periodo. E già nella sua pittura, per così dire, di prima maniera, si poteva cogliere una diffusa atmosfera poetica e una capacità di astrazione e d’ispirazione da eventi della vita reale chiaramente foriera di una grande potenzialità culturale.
Ma oggi, considerando in generale le sue opere, a un osservatore attento esse appaiono costruite secondo uno schema che non sempre viene colto immediatamente. Infatti, oltre al soggetto “principe”, che può essere ludico, mistico, biblico, fantastico ed altro, si nota sullo sfondo uno scenario non meno importante e che forse, a causa della sua funzione apparentemente secondaria nell’economia dell’opera, può rivelarsi più ricco di sensazioni affioranti dalla sfera inconscia dell’artista. E mentre il primo esprime la poliedricità dei suoi interessi culturali, il secondo sembra rivelare un’incredibile attrazione verso il grande spettacolo dell’Universo, sia pure filtrata dall’interpretazione artistica del maestro. Vediamo quindi cosa può scoprire un fisico osservando il “fenomeno Benaglia”.
Mi sembra innanzi tutto evidente che la potenzialità creativa del Maestro sia letteralmente esplosa quando l’artista ha preso un foglio di carta e ha cominciato a popolare il suo mondo pittorico con figure leggiadre ed essenziali. Ma esaminiamo in particolare come egli ha creato il suo universo metafisico. Una figura ritagliata da un foglio è un oggetto fisico, piatto e bidimensionale a cui però l’artista ha dato la terza dimensione, prima di disegnarlo, modellandolo su un adeguato supporto. Ha poi aggiunto anche la dimensione “tempo” semplicemente rappresentandola come un’istantanea colta durante il moto lungo un’improbabile traiettoria. E’ un processo semplice, ma veramente geniale: l’artista fa vivere le sue creature in un universo surreale, che ricorda lo spazio-tempo tetradimensionale di einsteiniana memoria.
Questo ci permette di vedere cristallizzata nell’aria la corda
Dell’arco che le dita dell’arciere hanno appena lasciato sfuggire e che ondeggia elasticamente in un turbinio di onde spaziali matematicamente disordinate o l’acrobata che volteggia nel vuoto nel passaggio tra due trapezi ondeggianti. E’ una visione deterministica capace di farci intuire, oltre al presente, sia il passato che il futuro immediato. E’ l’universo in cui credevano gli scienziati dell’ottocento, a cui era affezionato lo stesso Einstein e che poi fu demolito dall’avvento dell’indeterminazione della meccanica quantistica. In fondo anche lo stile pittorico del Maestro con le sue linee che, se osservate da vicino appaiono sfumate e indecise, ricorda l’approssimazione del mondo dei quanti che si manifesta quando si misurano le grandezze nel mondo microscopico. La differenza è che, quando si tenta di applicare le leggi dell’atomo alla vita di tutti i giorni, si cade in paradossi come quel povero gatto di Schrödinger costretto a essere “contemporaneamente” vivo e morto. Nel caso dell’artista invece, tale tecnica, apparentemente sfumata e imprecisa se osservata “microscopicamente” da vicino, a grandezza naturale si trasforma automaticamente in un incredibile concerto di sensazioni e in quella atmosfera surreale e poetica, tanto semplice nella sua espressione concettuale quanto profonda nel suo significato.
Ma l’altra caratteristica veramente peculiare nell’opera di Benaglia è lo scenario incredibile che ne completa lo sfondo. Infatti in esso si può sempre trovare almeno uno di questi tre elementi: il mare, generalmente notturno, un fazzoletto di foresta lussureggiante o un cielo, anch’esso notturno, come una finestra sull’universo. Si noti che sono tutti elementi naturali grandiosi e pieni di mistero, ma la rappresentazione del cielo stellato o di un oggetto astronomico è quella di gran lunga più ricorrente. In realtà, c’è una spiegazione, ma occorre partire da molto lontano. Ricordo infatti che, di fronte allo scenario di una meravigliosa volta celeste, durante una vacanza, fui letteralmente “aggredito” dalla sua innata curiosità con una serie di domande a cui risposi parlando dell’universo, delle stelle, delle galassie e delle leggi della natura. Dopo qualche tempo mi ritrovai una sua opera con un’inattesa dedica: al mio amico Filippo complice delle mie stelle. Questo accadeva già più di trenta anni fa e con essa l’amico d’infanzia mi riconosceva ufficialmente un’influenza di cui, pur rispondendo alle sue frequenti domande sull’argomento, non mi ero mai reso conto. Alcuni artisti manifestano questo interesse verso la scienza rappresentando in chiaro mondi, atomi o fenomeni, Benaglia invece rimane nella sua poesia surreale e semplice mentre sullo sfondo, o racchiuso da una finestra o specchiato su una fontana, compare un cielo stellato, la luna, una galassia. A volte l’elemento astronomico è rappresentato simbolicamente da un oggetto qualsiasi come per esempio un giocattolo o un drappo più o meno adagiato su una danzatrice o altro.
Da allora sono uscite dalla mano dell’artista capolavori di vera arte, di una semplicità disarmante per un osservatore forse un po’ superficiale, ma di altissimo contenuto intellettuale. In definitiva Enrico Benaglia è riuscito in modo spontaneo e inconsapevole a rappresentare oggetti astronomici e leggi fisiche, letteralmente inventando fenomeni già noti alla moderna Scienza ufficiale e senza alcun suggerimento da parte mia. Alcuni esempi: la stella inconsueta è in effetti una pulsar; i colori delle stelle, che a occhio nudo non sono visibili e che solo il telescopio può rivelare; la “marea” con l’acqua che esonda da una fontana e i pesci rossi che la seguono diretti verso una luna piena sullo sfondo, che esprimono la gravitazione di Newton in un modo fantasticamente poetico.
Questa specie di “chiaroveggenza artistica” è ovviamente casuale, ma forse non troppo. D’altra parte è lo scienziato Albert Einstein che ha affermato: “ogni cosa che puoi immaginare la natura l’ha già creata”. Ma come si potrebbe interpretare questa coincidenza tra dimensioni culturali così diverse, ricordando l’eterno dualismo tra arte e scienza? Fin da i tempi preistorici dell’Homo Sapiens le due culture erano perfettamente coincidenti, come testimoniano le splendide pitture rupestri di oltre trentamila anni fa e, passando in breve per Ippocrate, la Poetica di Aristotele e la Dottrina di Pitagora, la massima fusione si è avuta con Leonardo da Vinci. Ma in epoca moderna la rivoluzione scientifica del seicento, da Cartesio in poi, ha provocato una netta scissione che secondo me perdura anche oggi. Comunque, senza addentrarsi in discussioni filosofiche, è vero che gli artisti hanno la libertà della fantasia, ma è anche vero che i fisici teorici quando arrivano ai limiti delle conoscenze ricorrono alle ipotesi più incredibili e anche un po’ “artistiche” (vedi: teoria delle stringhe, materia oscura, energia oscura, bolle di universi, dimensioni collassate ecc.). Solo che a questo punto interviene il diktat del Metodo Scientifico, sintetizzato nel celeberrimo motto prova e riprova di Galileo Galilei a frenare le esuberanti teorie dei ricercatori. Il grande scienziato, dopo aver inferto con le sue scoperte una spallata epocale alle credenze e alle superstizioni del periodo storico, dovette fare una marcia indietro per motivi politici, ideologici e sotto la minaccia della Santa Inquisizione. Ma comunque egli, con il suo genio poliedrico, ha fortemente contribuito al connubio tra scienza e arte. Infatti il suo pensiero e il suo interesse hanno avuto uno straordinario influsso sulle arti d’allora.
Sembra che arte e scienza, secondo lo scrittore Pietro Greco, risentano dello “spirito dei tempi”. C’è un grandioso esempio storico. Nei primi anni del ‘900 Albert Einstein cancella i concetti di Spazio e di Tempo Assoluti e contemporaneamente Pablo Picasso cancella lo Spazio Assoluto nelle arti figurative dipingendo Les demoiselles d’Avignon. Ebbene, fatte le dovute proporzioni, la Scienza moderna ha spostato i confini della conoscenza su un nuovo universo, mentre Enrico Benaglia ha immaginato oggetti o fenomeni astronomici scoperti da non molto tempo. Un’incredibile coincidenza o cos’altro!?
Dopo quanto detto, sembra quasi scontato che l’attrazione dell’artista per i misteri del cosmo dovesse sfociare in un’opera che si deve interpretare come un omaggio al Padre della Scienza. Ricordiamo che l’appellativo con cui onoriamo Galileo Galilei non dipende soltanto dalle sue cruciali osservazioni scientifiche, ma principalmente dal fatto che egli ha rigorosamente descritto, per quanto glielo permettesse l’ambiente ostile di quel tempo, il procedimento per produrre conoscenza, e quindi vera scienza.
Questa nuova scultura rispetta in pieno tutti i già citati stilemi degli esseri viventi nel mondo di Benaglia. La figura è semplice ed essenziale, in piedi su una mezza sfera che reca misteriose incisioni di sapore astrale e preistorico e che simboleggia il vecchio mondo. Con una sapiente posizione degli arti, il corpo appare teso verso l’alto. Le braccia sostengono un cannocchiale inesistente, ma comunque materializzato dal nulla e infine riappare la quarta dimensione: il movimento. Infatti, semplicemente con la posizione delle dita e della testa, si ha la netta impressione che Galileo stia mettendo a fuoco il suo strumento. L’opera trasmette allo spettatore sensazioni complesse e si percepisce l’ansia dello scienziato, proteso col fisico e con la mente verso i misteri dell’universo.
Per concludere, mi sovviene ancora un aforisma einsteiniano: “l’arte è l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice”. Non si può certo negare l’autorevolezza della fonte e né si potrebbe immaginare un’espressione più aderente alla creatività artistica del Maestro Benaglia.

 

Filippo Smriglio

già Docente di Astronomia Univ. di Roma "La Sapienza"