Negli anni della sua piena maturità artistica Benaglia inizia a lavorare a tele su paesaggi urbani.

Gli spazi prescelti sono quelli che fanno capo al tardo-floreale, sparso a piene mani nel quartiere dove vive e opera; ma riferimenti immediati ci portano a scorci dell'Aventino, del Gianicolo, della Garbatella o del quartiere Prati.


Una scelta precisa di rinuncia alla Roma monumentale, Imperiale o Papale che sia, una fuga verso la citazione ironica del '700 filtrato dal liberty dall'estetica umbertina.


Non si canta la Roma pittoresca dei borghi, né gli assedi delle assedi delle periferie urbane o delle borgate in cerca di riscatto, ma si celebra la Roma minore, l'elegante ironia di certe facciate di Basile o di anonimi villini che, distaccandosi dal neogotico di Gino Coppedè, ripescano a piene mani elementi strutturali e decorativi del repertorio classico purché carichi di una nota di luminosità, di leggerezza, di serenità.


Più che ritrarre e valorizzare singole strade o scorci di Roma, ad una lettura più globale, ci si accorge che l'artista si tuffa in uno stile ed in un'epoca che sente congeniali.


Il suo amore per il gioco e per il mondo dell'infanzia, forse gli fa privilegiare l'unico contesto urbanistico in cui la città è segno leggero, giocattolo per titani. Armonici motivi ingentiliscono facciate solide, giardini crepitanti di azzurri si protendono dal muro di cinta. Sì, è l'ultima sonata, l'ultimo scherzo mozartiano dell'architettura, prima che il razionalismo raffreddi ogni empito decorativo, rivoluzionando il concetto del "Bello" che, da ora in poi e per sempre, delega alla funzione pura e logica ogni valenza o potenzialità.


Benaglia filtra il patrimonio architettonico di un'epoca, lo reinventa, lo antologizza nella visione mitica di una città dell'anima. Così facendo, ci porta nel cuore di quei pochi anni di febbrile e utopistica ricostruzione, a cavallo della Grande Guerra, anni di energie creatrici, di avanguardie culturali, ruggenti di progresso vero.


Perché parliamo di visione mitica della città? Perché, mentre ciascun visitatore della mostra si lambicca il cervello, nel gioco degli infiniti rimandi europei o s'incanta nei propri personali déjà-vu, scatta come un'agnizione che regala ad ognuno un senso di familiarità, quasi un sentirsi a casa.

Si chiarisce così il Gioco a cui l'artista ci invita: Benaglia non sta soltanto celebrando Roma o gli scorci di tante città amate, ma ha centrato i simboli urbani di un particolare inconscio collettivo.

Un'idea junghiana di città. Lavorando su spazi reali, ha colto simboli e metafore custodite negli occhi e quindi riconosciuti nell'anima, di ognuno di noi.