La metafora si fa trasparente, ma sarebbe inesatto far confluire in questo alveo già in se definito la pittura di Benaglia: che al contrario, e proprio quando la sua catalogazione si sarebbe detta cosa fatta, catturata in una “cifra”, inserita in un riferimento, rivela con beffarda prepotenza la sfuggente pregnanza dei suoi significati. Sotto le figurine leggere e vaganti si lasciano scoprire ben altro che divertite fantasie di fanciulli, mentre ogni altro oggetto, armadio o porta od orologio o specchio o sedia a dondolo, si configura nella diversa entità di presenza inquietante; e a quel punto l’artista si palesa per il giocoliere che sotto la leggerezza dei suoi giochi nasconde la pena di un uomo e, soprattutto, la tristezza di doverne sorridere. Detto questo, tutt’altro che definita rimane ancora l’arte di Benaglia: che, per altro verso, si affida alle risorse tecniche singolari, donde si origina la particolare suggestività delle immagini anche in apparenza elementari”.


Giuseppe Rosato, 1986