Fu la fervida, fermentante e magica atmosfera della Roma artistica degli anni sessanta il retroterra della formazione e, al tempo stesso, la fonte di ispirazione della poetica di Enrico Benaglia. Una Roma che, superata la crisi dell'immediato dopoguerra e il faticoso periodo della ricostruzione, portava ancora, dentro di sé, pur alle soglie e nel pieno del miracolo economico, i segni del tracollo morale della guerra nonché le lacerazioni spirituali della «perdita del centro» o dell'eclissi dei valori tradizionali, ma che, al tempo stesso, proprio in campo artistico, mostrava una vitalità eccezionale: astrattismo, informale, suggestioni surrealiste, realismo esistenziale coesistevano con il realismo magico e con gli epigoni di quella che era stata chiamata la «scuola romana». Sotto un certo profilo – guardando a certi luoghi mitici divenuti ritrovo ideale di studi o cenacoli artistici, come via Margutta o via Giulia – si potrebbe dire, con un pizzico di esagerazione, che la Roma di quegli anni svolgeva la stessa funzione stimolatrice delle arti che era stata prerogativa della Parigi del primo Novecento.

Proprio in questo ambiente e frequentando, piuttosto che le scuole o a integrazione delle stesse, gli atelier degli artisti, Enrico Benaglia fece il suo apprendistato. Il periodo trascorso nello studio di un pittore eclettico come Antonio Achilli e gli incontri e le conversazioni con artisti di forte personalità come Pericle Fazzini o Luigi Montanarini e, più tardi, come Balthus e Giovanni Stradone lasciarono senza dubbio il segno sulla sua personalità e sui suoi futuri percorsi ed esiti espressivi. Lo lasciarono, questo segno, non tanto nei termini di una sua adesione a una precisa «scuola» artistica o di una sua accettazione di una ben definita poetica o visione, quanto piuttosto nell'abitudine e nel gusto di una ricerca continua di soluzioni tecniche prima ancora che di stilemi estetici. In altre parole Benaglia visse una esperienza, per dir così, «artigianale» che lo portò a scoprire, per esempio, oltre che a esercitarsi nel disegno e nel gioco dei chiaroscuri e alla ricerca di effetti particolari, le tecniche dell'incisione come punto di arrivo di un virtuosismo grafico che dal foglio di carta passa alla lastra: e non è un caso che egli, ben presto, sarebbe diventato, proprio sotto il profilo tecnico, un maestro indiscusso nel campo della grafica realizzando opere singole e cartelle di singolare bellezza e di forte impatto emotivo. L'approccio «artigianale» di Benaglia riguarda, tuttavia, anche un'altra dimensione: la scoperta delle potenzialità della carta e del cartoncino percepiti non più soltanto come supporti per il lavoro dell'artista o come oggetti da utilizzare per il disegno o lo schizzo o l'appunto grafico ma piuttosto come materia grezza da plasmare e da rendere viva. È così che, attraverso un gioco di piegature e attraverso l'uso delle forbici e della colla, fogli e foglietti diventano figure autonome che esprimono o sintetizzano una idea, un racconto, una emozione. In alcuni casi essi svolgono soltanto la funzione di modelli, in altri quella di supporti per impostare e realizzare un impianto scenografico sulla tela, in altri ancora quella di «inserti» o elementi stessi della costruzione pittorica attraverso l'uso della tecnica del collage. In ogni caso, quelle ali frastagliate di angeli, quegli steli e corolle di fiori, quegli individui, uomini e donne, soli e sognanti ovvero intrecciati in privati colloqui, nati da un virtuoso lavorio di forbici e di colla non sono soltanto bozzetti ma finiscono per costituire, essi stessi nel loro complesso, un mondo, parallelo a quello reale, attraverso il quale hanno modo di esprimersi la sensibilità creativa di Benaglia e la sua poetica, personale e inimitabile. Un mondo che ben presto si popolerà anche di tutti quegli elementi – giocattoli, soldatini, animali, pupazzi e via dicendo – che richiamano la levità e la gioiosità ma anche lo stupore, talora triste o corrucciato, dell'infanzia assunta, paradigmaticamente, come una finestra aperta sul mistero dell'esistenza.

Quando Benaglia, ormai nel pieno della maturità artistica, passò a dipingere stabilmente sulla tela, la sua poetica – che si esprimeva in una pittura mitica, simbolica e allusiva – era ormai definita e poteva trovare un supporto fondamentale nell'approccio «artigianale» delle origini, nella preparazione e utilizzazione della materia, in una sapiente capacità scenografica e compositiva, nel gusto degli «inserti» e, soprattutto, in una eccezionale e, per certi versi, quasi magica utilizzazione di colori mai troppo forti o netti ma sempre calibrati, pastosi, caldi e, in una parola, personali. Il virtuosismo tecnico di Benaglia trovava (e trova tuttora), peraltro, la sua sublimazione nel distillato di una cultura artistica profonda e non volgarmente esibita che risente in maniera forte proprio di quel clima e di quella atmosfera che egli aveva "annusato" o assimilato negli ambienti artistici romani. Per quanto non sia possibile né, tutto sommato, corretto inserire Benaglia all'interno di una precisa corrente artistica è fuor di dubbio che il suo lavoro si pone in una posizione di contiguità o continuità con la osiddetta «scuola romana» e i suoi epigoni ma anche con il «realismo magico» e con l'esigenza, da questo portata avanti, di inserire i soggetti trattati in un'atmosfera, per l'appunto «magica» e, per taluni versi, «metafisica», percorsa da venature di inquietudine esistenziale. Per un verso o per l'altro, la lezione di molti artisti è presente, in una rielaborazione personalissima, nella sua produzione. Lo è a livello di suggestione o di richiamo emotivo, mai di citazione esplicita. I nomi, per fare solo qualche esempio, di un Antonio Donghi o di un Franco Gentilini, di un Riccardo Francalancia o di un Giovanni Stradone sono in qualche misura, a livello di soluzioni formali o di tematiche, certamente evocabili insieme a quelli di grandi artisti stranieri come Balthus o René Magritte che concepivano la pittura come un mezzo per la conoscenza o l'esplorazione di un mondo inseparabile dal suo mistero.

Queste caratteristiche sono evidenti nei grandi cicli pittorici e tematici di Benaglia: la serie dedicata a «I quartieri dell'anima», quella che racconta «Il giardino segreto» o anche che introduce al favoloso e immaginifico mondo circense presentata con il titolo «Benaglia's Circus». Pur nella diversità dei soggetti affrontati dal pennello si riscontrano una medesima sensibilità e un medesimo approccio emotivo insieme a quella misteriosa capacità evocativa, propria di Benaglia, di creare atmosfere silenti, rarefatte e inquietanti che lo sbalordimento e lo stupore dell'artista di fronte al mistero e al sogno trasformano da immaginarie in reali. I «quartieri dell'anima» propongono scorci di vie, piazze, incroci stradali, selciati, balconi, parchi, fontanili e laghetti di un tessuto urbano certamente autentico ma trasfigurato dalla eccezionale capacità visionaria di un pittore sensibile, capace di cogliere e far cogliere l'arcano e il fascino dell'animo segreto della grande città che vive e può vivere anche senza i suoi abitanti e indipendentemente da loro: e questo è, forse, il motivo per il quale nelle tele di questo ciclo – caratterizzato dall'uso di colori soffusi e calibrati nella loro pastosità e in grado di generare effetti e illusioni cromatiche simili a quelle del pastello o dell'affresco – non vi sia, in generale, presenza umana se non mediata dalla raffigurazione, per esempio, di un aeroplanino giocattolo o di barchette di carta dentro o ai bordi di qualche fontana. Le tele del ciclo del «giardino segreto» sviluppano il discorso impostato con i «quartieri dell'anima». Questi giardini favolosi – l'erba ben pettinata, le aiole elegantemente disegnate, le fioriere qualche panchina – sono giardini o parchi urban: un'appendice, quasi, della città o dei rioni amati da Benaglia. Ne costituiscono, in certo senso, un completamento, per dir così, vanitoso e intrigante, dove, questa volta, le persone ci sono, ma come presenze allusive raffigurate da sagome stilizzate che riproducono figurine create con la carta o il cartoncino creando situazioni giocose e oniriche nelle quali si incrociano fantasia e sogno, simbolismo e realtà. e i parapetti, le cancellate e le statue antiche, Anche il mondo circense, il «Benaglia's Circus» per intenderci, si inserisce nello stesso discorso. È una tappa ulteriore del viaggio sentimentale dell'artista alla scoperta del mistero e dell'inconoscibile perché i «quartieri dell'anima» e il «giardino segreto» sono sempre presenti, spesso negli sfondi. Il circo – un soggetto, questa volta, sì, pieno di personaggi dai vestiti multicolori e raffazzonati e di giocattoli in movimento – giunge nelle piazze dei rioni urbani o negli spiazzi dei giardini e li anima con esercizi incredibili di magia, giochi, illusionismo.

Il mondo di Benaglia è un mondo «altro» rispetto a quello reale, ma è pur sempre un mondo vero, che recupera la parte più intima, segreta, dell'individuo: la sua capacità di sognare, giocare, stupefarsi, illudersi ma anche riflettere, pur con un pizzico di inquietudine, di fronte al grande mistero dell'esistenza. Questo suo mondo Benaglia lo costruisce, poco alla volta, con una continua scoperta, in quadri affascinanti realizzati con un eccezionale gusto del racconto, con una sensibilità scenografica e immaginativa fuori del comune, con una profonda capacità di percezione del linguaggio cromatico e con una maniacale attenzione al particolare, senza però scivolare nei tranelli di un virtuosismo calligrafico.

Francesco Perfetti