intervista di Alida Maria Sessa tratta da Enrico Benaglia Percorso Interiore (Presidenza Consiglio Regionale Abruzzo)

Enrico-dietro-l'angelo

Benaglia non ha voglia di raccontarsi. Niente e nessuno lo convincerà a desistere. Perciò da sempre, evita le interviste, i confronti serrati, fa lo slalom nei dibattiti per evitare il microfono, anzi si iscrive a liste invisibili per non esserci, passare sottotraccia, magari sparire. Come ben sanno gli amici, anche nelle occasioni più intime e protette, non perde un'occasione per stare zitto e fare semmai l'attento e partecipe ascoltatore. E' una rarità antropologica. Il maestro sembra uno tutto proteso a coltivare l'implicito, un po' come fa in pittura, in una naturale diffidenza per ogni tentativo di chiarificazione. Chi lo mette alle strette si accorge che forse ha solo paura di parlare delle emozioni, le vive sulla tela e questo gli basta, ma non lo ammetterebbe mai, infatti ripete a tutti che non se la cava con le parole. Invece, vi accorgerete che anche se con sintesi telegrafiche, ungarettiane, si fa capire benissimo, quando vuole, ed ha idee chiarissime. Si scioglie solo a contatto con i ragazzi. Se invitato a tenere un seminario per gli studenti di un liceo, di un istituto d'arte, è prodigo di consigli, suggerimenti tecnici, con un calore ed una carica comunicativa straordinaria. Appena si avvicina il professore che scorta le classi, il maestro chiude la guardia, si barrica in un sorriso impacciato. Persino nelle occasioni che lo riguardano direttamente, inaugurazioni di importanti mostre, presentazioni di cataloghi generali all' Archivio di Stato o all'Università, lui è quello piazzato in prima fila, quello che fa parlare i relatori, ascolta interessato gli interventi del pubblico, poi si alza, sale sul palco a ringraziare tutti e con due parole si scusa con la platea per non essere un oratore. E la gente, siccome gli vuole bene, gli crede. A modo suo è un artista riposante, un uomo tranquillo che convive con i misteri della vita. Sa che tutto è chiaro e indecifrabile. Che il logos a volte imbroglia le carte più che chiarire il gioco L'intervista gliela estorco a bocconi, mentre sbaracca i resti di una giornata di lavoro, litiga con gli stracci su cui pulisce i pennelli, vezzeggia la gattina prima che si vada a nascondere dietro una pila di telai di legno o è inchiodato a pulirsi le mani con l'acqua ragia. Parla perché è rilassato, si sorveglia meno del solito, ma schiva gli argomenti appena gli pongono un problema.

 

Una mostra realizzata interamente con opere che appartengono alla collezione privata. Escono da casa e dallo studio contemporaneamente tutti i gioielli di famiglia. Com'è successo?

La Pinacoteca comunale di Teramo ha degli spazi meravigliosi. Non solo è una struttura compatta, che si fa ben fruire dai visitatori, ma tutto è così semplice, chiaro, luminoso. Dieci e lode al progetti sta. E'un museo che emoziona. Anche vuoto, intendo. Poi c'è il rapporto di grande stima e fiducia con la responsabile della pinacoteca, la dottoressa Irene de Nigris che ancora ringrazio. Nel nostro lavoro il rapporto umano è importantissimo, inutile negarlo. Ti convince che puoi fare certe scelte, che sei nell'ambito giusto. E'sempre la solita storia nella vita: il contesto giusto e la persona giusta e ti ritrovi a pro¬gettare cose prima impensabili.

Che rapporto hai con i tuoi quadri?

Non ho avuto figli. Questi sono i miei figli. Una creazione mia che vedo crescere sotto i miei occhi, che mi uccide per le cure e le tensioni che richiede. Amore, responsabilità e qualche raro momento di orgoglio. Sono altro da me e tutto il mio dna. Come figli.

Come succede che decidi che un quadro deve restare tuo, che non puoi separartene?

Quando c'è dietro una nuova scoperta o un'esperienza sia formale che tematica. Ogni opera mes¬sa via è un gradino in su verso una ricerca di assoluto. Non me ne accorgo subito, capita che a rivederli mi cì affeziono o almeno è quella la sensa¬zione confusa che provo. Quando ho finito di dipingere un quadro lo giro contro il muro, ho bisogno di fare il vuoto, di non vederlo per qualche settimana. Poi lo riprendo in mano e può accadere. I motivi sono del tutto irrazionali. Che razza di domande fai?

Ti domando quello che secondo me vorrebbe sapere un visitatore della tua mostra. Non accantoni mai delle opere volontariamente?

Per ogni artista è importante andare avanti ricordando sempre da dove viene e con quali tappe è arrivato ad un certo punto. Ma anche lì è più l'inconscio che la ragione a farti fare una scelta piuttosto che un' altra, a muovere la mano verso una tela piuttosto che quella accanto. Bisogna arrendersi. Non c'è molto da poter spiegare. Comunque giurerei che non sono io a decidere. Mia moglie Ida sceglieva per me. Se vedeva qualcosa di speciale, mi portava via il quadro dallo studio, me lo faceva trovare già incorniciato a casa. Le devo molto.

Hai mai la sensazione che un'opera nasca più facilmente delle altre?

Magari. Niente è mai facile. Però anche mentre mi affatico mi sento felice perché ho fatto un viaggio dentro di me. Ogni volta che esprimo profondamente qualcosa, sto realizzando uno scopo della mia vita. La felicità scaturisce da questa sensazione.

Ti senti più giocoso o più pensoso?

Non mi sento proprio un bel niente. Ho avuto il mio bel carico di sofferenze. Cerco di praticare l'ironia. Semmai essere giocoso è il risultato di questi sforzi. Non faccio che alleggerire certe atmosfere. Per sopravvivere. Aumentare il carico non ha senso. Nella vita ed anche in pittura, naturalmente.

Cosa ti stimola, ti pungola?

Per me è molto importante il mio quartiere, i miei amici, le persone che incontro e che amo. La diversità degli altri mi arricchisce, mi allarga lo sguardo e mi fa esprimere al meglio. Il quartiere è un bizzarro contesto di contaminazioni, affetti, contatti. Un medium unico, il mio habitat ideale. Di mattina presto faccio lunghe passeggiate, poi vado al bar scambio quattro chiacchiere, annuso l'aria. Apparentemente sembra che stia perdendo tempo, disperdendo energie e minuti preziosi, col tassista, il barbiere o il ragazzo del garage. In realtà sto ricaricando le batterie. La sera se non sono stanco frequento i miei amici, gente con cui rilassarmi perché portatori sani di affetto. I contatti umani senza secondi fini, sono importantissimi. E molto rari. In Italia non appena diventi poco poco famoso, tutti ti asfissiano con i pretesti più puerili, per scroccarti qualcosa. E allora ti devi blindare.

Per lavorare devi essere solo?

Solo io e la musica ad altissimo volume. Mi rompe pure rispondere al telefono o aprire la porta. Dopo il lavoro mi apro al mondo.

Le mostre che hai amato di più?

Quelle che ho avuto il tempo di godermi perché ero molto presente. Senz' altro il Vittoriano, quasi duemila visitatori al giorno, una ricchezza di contatti umani incredibile e poi quella alla Rocca Paolina di Perugia. Contemporaneamente c'era Umbria Jazz, la città impazziva di musica e di eventi ad altissimo livello, anche lì ho incontrato persone straordinarie che mi hanno manifestato una stima ed un apprezzamento palpabile, caloroso. E poi avere a disposizione un'area di duemila metri quadri, un percorso espositivo articolato e fascinoso che mi ha permesso di portare 176 opere di un periodo mai esplorato prima e ben trenta manifesti tra quelli che ho realizzato finora. Ma ricordo con molto piacere tantissime occasioni. L'Ambasciatore Vozzi che durante la festa a Tallinn per l'inaugurazione, placca a volo e nella massima discrezione una meravigliosa ragazza che approfittando della presenza del Presidente della Repubblica Estone e del conseguente subbuglio protocollare si stava distrattamente portando via una mia opera. Il personale della sicurezza era molto preso dai tavoli del buffet. Capirai, cibi e vini italiani ...

Se ti chiedessi un giorno di scrivere con te un libro di aneddoti?

Subito. Ne ho di meravigliosi. (Ecco come ha aperto la guardia, il problema con Benaglia è farlo parlare di se stesso. Appena lo inviti a narrare i contesti, è la persona più disponibile del mondo)

Se ti fermi a riflettere dove pensi che stai indirizzando la tua poetica? Dove stai andando?

Non è un problema che mi pongo. Nella maturità si articolano i riferimenti, si valutano i limiti, le esperienze. Cerco di non pensarci. Non considero l'esperienza una virtù, e nemmeno come un' articolazione della fantasia. Ho fatto delle buone cose a venticinque anni, ero poco più che un ragazzo ... Benaglia è nato allora. Guarda qua, in embrione magari, ma c'era già tutto, i villini, i graffiti, i colori costruiti, ( mi mostra uno splendido olio del 66, che ha appena ricomprato ) ma non mi volto a guardare indietro ai miei decenni passati. Se ti compiaci di te sei finito. Ti impicchi da solo nel narcisismo.

Cos'è l'inaridimento, per te?

E' come essere già morti. Non poter più guardare avanti.

L'arte combatte questo senso di morte?

Solo se propone qualcosa di inedito. Se va avanti, oltre. Se per un caso, una disgrazia, un errore di fusione, sono costretto a rifare un' opera, soffro come un dannato perché mi annoio da matti.

Ogni due anni vai a Venezia per la Biennale ...

Vado a Venezia per Venezia, se permetti. Guardo tutto quello che c'è, quindi anche la Biennale.

Che ne pensi della Biennale?

E' come la cocacola, rinfresca ma è sempre la stessa roba. Titilla le papille e non intossica. Qualche volta mi annoia.

Cos'è per te la noia?

Se non si crea un problema, se non si pone una questione, se non ti incanta e non ti mette in crisi, allora un'opera d'arte non serve a niente. Annoia. Quando c'è un'idea nuova si nota subito, si vede. L'idea si fa guardare da sola. C'è.

Hai un rapporto diurno o notturno con le tue idee?

Diurno con contenuti notturni.

I titoli delle tue opere sono altrettante opere d'arte, perché originali, allusivi, sembrano poesie in due parole.

Non lo so. Nascono quando il quadro è finito, da soli. E' un problema che non mi pongo.

Te lo hanno mai detto?

Si. Spesso la gente è affascinata dal titolo come dall' opera. Me ne stupisco per primo. Sarà che ho un pessimo rapporto con la parola .

Hai mai sognato un'opera nuova?

Di notte dormo, e di giorno cerco di sognare. Un'opera nuova? Mai l'opera, semmai qualche dettaglio. lo cerco il sogno nella realtà, la poesia della vita nel quotidiano.

Cosa vorresti che trasmettesse una tua opera a chi non ha mai visto prima niente di te?

Un senso di stupore, di grandezza, di poesia, un altro sguardo sul mondo. Innocente e partecipe. Sto parlando troppo. Non mi piace ...basta domande. Non riesco a parlare senza sentirmi scoperto, indifeso. Interpretatemi come meglio credete. Avallo tutto.

Quale luce insegui nei tuoi quadri?

La luce che trovi in tutta l'arte greca. la luce dell'anima, una cosa che parte dal di dentro, sta già nel colore. E' difficile a dirsi. L'aspirazione ad un'improbabile difficile armonia. Hai finito?

Quale colore fuggi?

Tutto ciò che è sordo, piatto, verniciato.

Progetti futuri?

Una mostra a Bruxelles, una serie nuova di collages su materie ad olio. Per quanto attiene alla mia vita sto ristrutturando un grande loft che ho avuto la fortuna di trovare nello stesso palazzo dove abito e dove ho lo studio. Diventerà il mio archivio, ma ho riservato anche uno stanzone per realizzare le opere grandi, oli e sculture. Ho voglia di superfici ampie.

Se ti chiedessi due parole per ogni opera che per te ha un vissuto forte, staresti al gioco?

Non ti garantisco niente. Non ora, comunque.

Ed un altro episodio curioso?

A Perugia sul percorso della Rocca, all'ingresso del Museo c'era un video-wall che trasmetteva no-stop il video che aveva realizzato Carlo Andriuoli sulle opere in mostra. Un giorno, un ragazzo timidissimo, è venuto a chiedere se in Umbria c'erano in contemporanea altre video-installazioni di Benaglia, perché lo trovava fantastico. Quando mi sono presentato e l'ho portato a vedere la galleria principale del Museo, lunga ottanta metri, scandita da quadri e sculture, è diventato rosso come un peperone. Aveva confuso il promo con l'opera. Poco male. E se avesse ragione lui ? Ci siamo aggiornati per la serata successiva. Gli esiti dell'intervista, per una maggiore chiarezza, vengono riportati nel catalogo accanto all' opera.